Allan Harris “KATE’S SOULFOOD” BAND feat. Grégoire Maret | Umbria Jazz

Allan Harris “Kate’s Soulfood” Band feat. Grégoire Maret

Sab, 01 Gennaio - ore 13:00
Palazzo del Popolo – Sala Expo
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Allan Harris “Kate’s Soulfood” Band feat. Grégoire Maret

Torna un beniamino del pubblico di Umbria Jazz, con una nuova storia da raccontare. Harris ci presenta il nuovo album, “Kate's Soulfood”, che è anche uno spaccato di America. Allan è cresciuto a Brooklyn e nei weekend andava a trovare la zia materna Kate Ingram, che gestiva una popolare tavola calda di “home cooking” ad Harlem, all’angolo tra Frederick Douglass Boulevard e la 126a Strada, a due passi dall’Apollo Theater. Più che un semplice punto di ristoro, la cucina casalinga di zia Kate era un riferimento per il quartiere in cui si mescolavano gente comune e artisti di ogni genere, soprattutto musicisti jazz, ma non solo. La foto di copertina di un famoso disco Blue Note ritrae Jimmy Smith proprio davanti all’ingresso del locale. Ed il titolo è naturalmente “Home Cooking”. Harris ci ricorda ora quel locale e quel clima di una New York in grande fermento con Harlem nel cuore. Ospite della band a Orvieto, come nel disco, il funambolo dell’armonica Grégoire Maret, che nel suo strumento non ha rivali.

Allan Harris è diventato popolare dopo aver vinto il referendum dei critici di DownBeat nella categoria "Rising star jazz vocalist", titolo che in America è la consacrazione ufficiale di una stella, ma il pubblico di Umbria Jazz è arrivato prima. Qui Harris è molto conosciuto per aver partecipato tante volte sia alle edizioni invernali di Orvieto che a quelle estive di Perugia. Cantante e chitarrista, questo artista rappresenta la quintessenza della vocalità jazz. Il mondo a cui si richiama è quello dei crooner, un genere che oggi non è molto prolifico, almeno a questi livelli. Harris ne ha ripreso lo stile garbato, mai sopra le righe, sempre elegante. In una parola, classico. Della vocalità jazz Harris è un profondo conoscitore, ma i suoi omaggi al “vocalese” di Eddie Jefferson, a Tony Bennett o a Nat “King” Cole, il santo protettore dei crooner, non sono stati una mera operazione nostalgia ma piuttosto l’immissione di una nuova linfa in una vocalità che fa parte della storia del jazz.