15 Luglio 2018, 15:41

Fresu tra Quincy Jones, premi e il nuovo progetto “Lumina”

Fresu tra Quincy Jones, premi e il nuovo progetto «Lumina»: «Vi spiego la mia creatura fatta di luce»
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UmbriaJazz
Fresu tra Quincy Jones, premi e il nuovo progetto «Lumina»: «Vi spiego la mia creatura fatta di luce»


«Lùmina o Lumìna, poi vedremo». Paolo Fresu non ha ancora deciso se l’accento deve cadere sulla «u» o sulla «i»; le idee musicali invece ce l’ha chiarissime, come la luce. «Lumina» è il nuovo progetto – edito l’anno scorso dalla Tuk music di Fresu – che il trombettista sardo presenterà a Umbria Jazz lunedì 16 alle 17 al teatro Morlacchi. Sul palco tanti giovani per quello che vuole essere un «tributo alla luce» ideato, diretto e prodotto da Fresu; un progetto risultato vincitore del bando «Sillumina» di Siae e organizzato con il sostegno del Mibact. In questa edizione del festival Fresu, oltre a ricevere dalla Fondazione Cassa di risparmio di Perugia il premio come «Ambasciatore dell’Umbria nel mondo» («mi riempie di orgoglio, dice, ormai con Umbria Jazz ho un rapporto che va avanti da tanto tempo»), è stato venerdì sera uno dei protagonisti del concerto-spettacolo con Quincy Jones e poi, sabato pomeriggio, ha guidato il suo storico «Devil quartet» di fronte a un Morlacchi sold out. Due ore prima del concerto invece il teatro è vuoto e il trombettista sardo parla di queste giornate intense.


Che sensazioni hai avuto venerdì sera accanto a un gigante come Quincy Jones? È stata una serata riuscita?
«Sì, riuscita, e le sensazioni molto buone direi, è stato un ottimo inizio. Questa mattina tra l’altro abbiamo fatto un incontro come Federazione del jazz italiano, e va sottolineato che ieri sera sul palco il 60% dei musicisti era italiano, giovani e non, con una grande capacità di offrire il meglio. Ottimo anche il team del suono. Ho provato una grande emozione suonando i brani di Quincy, e confrontarmi con un brano per me sacro come “My ship” è stata sensazione molto forte e positiva».


Come nasce l’idea di «Lumina»?
«È una mia creatura. Ho un’etichetta ormai dal 2010, la “Tuk music”, con la quale produco molti album con protagonisti tanti giovani, ai quali do totale fiducia e libertà, attendendo il risultato finale. Per “Lumina” ho costruito io il team di lavoro, avendo in testa l’idea della luce come tema fondamentale; sono 10 brani che si chiamano tutti “Luce”, parola tradotta però in 10 lingue diverse. In seguito ho avuto l’idea di coinvolgere gli scrittori per i testi come Marcello Fois, Lella Costa, Erri de Luca e Flavio Soriga. Loro non avevano mai suonato insieme, e credo che il risultato sia molto poetico e molto in sintonia con l’idea originaria».


Che musica ascolteremo lunedì pomeriggio?
«Prima di tutto è completamente originale, scritta appositamente per questo progetto. È una musica molto rarefatta, con l’idea di una luce che arriva da una porta socchiusa, qualcosa di molto preciso che va a delinearsi sul muro, quasi come una ferita. C’è questo violoncello molto bello di un’artista giovanissima di origine persiana, Leila Shirvani, che ha un suono davvero limpido. Questo suono è l’idea di partenza del disco e in fondo il sound di “Lumina” è il suo, molto scolpito e pulito. A questo si aggiunge la voce di Raffaella Casarano, gli arrangiamenti e le composizioni del pianista salentino William Greco, il contrabbasso di Marco Bardoscia ed Emanuele Maniscalco alla batteria e all’harmonium. È un progetto raffinato e sottile, molto poetico, caratterizzato da temi distesi e con l’utilizzo della melodia concertata in modo molto semplice ed efficace».


Lunedì poi alla libreria Feltrinelli, alle 15.30, presenterai il cd allegato al numero di luglio di «Amadeus» che contiene «Altissima luce», ovvero il progetto del Laudario di Cortona suonato per la prima volta tre anni fa a Umbria Jazz con Daniele di Bonaventura, Marco Bardoscia, Michele Rabbia e l’Orchestra da Camera di Perugia; uno dei concerti più belli degli ultimi anni. Come si è arrivati a questa collaborazione con «Amadeus»?
«Dopo la prima volta tre anni fa alla basilica di San Pietro lo abbiamo suonato molte altre volte, e non ci aspettavamo questo successo clamoroso. Sul cd si può trovare una versione un po’ ristretta, mentre quella integrale la pubblicherò con la mia casa discografica alla fine del prossimo marzo. In quella di “Amadeus” mancheranno tre brani, e sembra un po’ un esperimento riuscito dato che non ci sono più copie da comprare da nessuna parte! Per me è una sorta di breccia storica, la rivista esiste da 30 anni e non ha mai fatto un lavoro così coraggioso. Dentro ci sarà anche un saggio critico sul rapporto tra jazz e classica. È un coraggioso esperimento che speriamo possa proseguire anche in futuro. Sottolineo anche il coraggio di Umbria jazz che ha suggerito questo progetto: il “Laudario” non sta né nel jazz né nella classica e mi sono chiesto se avesse senso; alla fine credo stia in una zona di confine, quella che nel 1200 ha creato le relazioni tra mondi musicali, dunque per certi versi il fatto che questo lavoro sia stato pubblicato da Amadeus lo ritengo una cosa giusta».


Ti sei molto speso negli ultimi tempi per dare vita alla Federazione nazionale jazz italiano, quanto è importante questo passaggio?
«Molto. La Federazione nasce dall’urgenza di dare seguito a un lavoro di quattro anni col ministro Franceschini, costellato di buoni successi e progressi; in 4 anni abbiamo fatto più che in 40 per il jazz italiano. Volevamo mettere un punto fermo in questo lavoro e sancire un accordo con il Ministero in grado di non essere in balia delle figure umane, un qualcosa di stabile. È uno strumento che rappresenta la vera voce di tutto il comparto del jazz italiano, e speriamo che in futuro possano entrare anche fotografi e giornalisti. È un luogo in cui afferiscono tutte le urgenze e le istanze, la voce che si rapporterà con le istituzioni e con tutti quelli che vogliono dialogare con il jazz».