14 Luglio 2018, 17:09

Intervista a Stefano Battaglia, oggi con “Pelagos” alla Sala Podiani della Galleria Nazionale dell’Umbria

Con un’unica lunga suite Stefano Battaglia apre i concerti della Galleria: «In me tutte le influenze del Mediterraneo»
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Intervista a Stefano Battaglia, oggi con “Pelagos” a Umbria Jazz 18 alla Sala Podiani della Galleria Nazionale dell’Umbria.


Con un’unica lunga suite Stefano Battaglia apre i concerti della Galleria: «In me tutte le influenze del Mediterraneo»

Un’unica lunga suite di oltre un’ora, un’improvvisazione con dentro molto di ciò che musicalmente influenza Stefano Battaglia, a partire dalle tante sonorità del bacino del Mediterraneo. Sabato a mezzogiorno si è aperta con il piano solo del musicista milanese la serie di concerti all’interno della Galleria nazionale dell’Umbria, migliorata rispetto all’anno scorso per quanto riguarda la qualità del suono e che in queste settimane ospita «Wall of sound», la mostra del celebre fotografo Guido Harari. Battaglia a fine 2017 ha dato alle stampe con la prestigiosa Ecm di Manfred Eicher «Pelagos», album che contiene 17 tracce mentre la scelta di sabato è stata quella di andare avanti con un’unica lunga improvvisazione, che ha richiesto uno sforzo sia al pubblico (alla fine molti gli applausi) che a Battaglia, peraltro sofferente a causa di un piccola ferita al mignolo della mano destra che si è procurato affettando un cavolo: «Ha aumentato il pathos», scherza alla fine di un concerto molto intenso.


Da dove nascono la musica che si può ascoltare in «Pelagos?»

«Negli ultimi dieci anni sempre più mi interessa un’idea performativa del piano solo, dove cerco di lavorare in maniera completamente onesta, puntando all’essere qui e adesso; tutti i giorni poi cerco di essere un uomo e un pianista migliore, un musicista che ha un ruolo su questo pianeta. Viviamo in questa comunità dove a volte non si capisce se facciamo semplicemente spettacolo o qualcosa di più profondo: per me la musica deve tornare a essere più che un semplice intrattenimento. Bisogna riuscire a ricollegare le persone, al di là delle lingue e delle culture, recuperando la parte metalinguistica della musica. Voglio provare a parlare ad esempio a un siriano o a un somalo, essendo conscio che non posso fare niente ma affermando che sono qui e che sono consapevole di quello che sta accadendo loro. Dentro la musica ci deve essere un pensiero che punta a un collegamento profondo, che non c’entra con il colore della pelle, con le religioni o con la politica; c’entra con la parte metafisica dell’individuo, che è quelle a cui la musica dovrebbe parlare. “Pelagos” è questo, e arriva da più sedute di registrazione, dopo le quali insieme a Manfred abbiamo scelto il meglio»


Oggi si è seduto al piano con in testa il progetto di un’unica lunga suite o di eseguire più brani?

«Devo dire che ultimamente succede quello che è successo oggi, cioè che riesco a raggiungere un alto livello di concentrazione che a me piace molto: mi dà la sensazione di un’apnea durante la quale mi dimentico un po’ dove sono e cosa sto facendo. Ecco, questa qualità della concentrazione ogni volta che torno al silenzio e devo riprendere un pezzo dall’inizio è tutta da riconquistare. E così nel corso degli anni sono aumentati i concerti in cui decido, anche a costo di mettere a dura prova me stesso e l’ascoltatore, di fare questo sforzo che mi fa star bene, che mi fa rimanere nello stesso luogo».


Da dove ha tratto le idee musicali? 

«In quanto ho suonato oggi ci sono tante cose che sono sempre lì nella mia musica, le influenze più grandi come quelle del bacino del Mediterraneo, con le sue radici arabe, ottomane, nordafricane, balcaniche e non solo. Come musicista mi interessa molto lavorare nella dimensione culturale nella quale mi è capitato di nascere e di studiare, visti anche i miei studi della nostra tradizione classica; ma detto ciò sento miei tutti i linguaggi del bacino del Mediterraneo, magari distanti dalla mia cultura occidentale ma che avverto comunque vicini».


Manfred Eicher è uno dei più importanti e influenti produttori degli ultimi decenni, com’è lavorare con lui?

«La storia ci consegnerà forse una decina di produttori del Novecento, e il suo nome sarà nella lista. Manfred è uno di quelli che ha partecipato alla storia della musica del Novecento, quando il disco è diventato un elemento in grado di influire molto sui musicisti. Prima si suonava senza dei modelli su disco, e questo rendeva la musica sempre molto legata al momento presente. Lui e altri produttori hanno lavorato in modo appassionato, riuscendo a costruire delle piattaforme che hanno segnato la storia. Dal punto di vista personale giudico l’etica di Manfred quella più condivisibile e potente che ci sia stata nella storia delle etichette discografiche: lui ha impostato il lavoro in modo non ideologico, scegliendo in modo rischioso fin dagli anni Settanta di lavorare in modo trasversale. Ha creato un vero giardino selvatico, dove tutti i fiori di diversa natura, specie e bellezza stanno nello stesso posto in modo armonico. Vedo tutto ciò un po’ come un ideale».